Le teorie finalistiche.

Le teorie finalistiche sono state confutate anche dalla documentazione paleontologica: quando si esamina attentamente la tendenza evolutiva di un qualsiasi carattere - per esempio una tendenza verso una maggiore mole corporea o verso denti più lunghi- si trova che essa non è uniforme, ma cambia direzione ripetute volte e perfino, di tanto in tanto, si inverte. La frequenza dell'estinzione in ogni periodo geologico è un altro potente argomento contro una qualsiasi tendenza finalistica verso la perfezione.

L'importanza del caso

Il processo di selezione naturale non è affatto una questione di pura casualità. Benché le variazioni insorgano attraverso processi casuali, esse sono poi scelte nella seconda fase del processo: la selezione attraverso la sopravvivenza, che è un fattore decisamente opposto al caso.

Gli animali superiori.

La selezione naturale riesce a spiegare il lungo progresso evolutivo fino alle piante e agli animali compreso l'uomo, a partire dall'origine della vita che si situa tra tre o quattro miliardi di anni fa. Un organismo compete non soltanto con gli altri individui della stessa specie, ma anche con quelli di specie diverse. Un nuovo adattamento, o un generale perfezionamento fisiologico, renderà quell'individuo e i suoi discendenti competitori interspecifici più potenti e contribuirà così alla loro diversificazione e specializzazione. L'evoluzione è opportunistica: favorisce qualsiasi variazione che offra un vantaggio competitivo su altri membri della popolazione o su altri individui di specie diverse. Per miliardi di anni questo processo ha automaticamente alimentato il progresso evolutivo. Nessun programma lo ha controllato o diretto: è stato il risultato di "decisioni" prese lì per lì dalla selezione naturale.

Un mondo in evoluzione.

Il concetto di un mondo in evoluzione al posto di uno statico, fu quasi universalmente accettato dagli scienziati seri anche prima della morte di Darwin avvenuta nel 1882. Costoro accettavano anche l'idea di discendenza comune (pur essendovi quelli che insistevano nel togliere l'uomo da una simile genealogia comune). Le cose andarono molto diversamente, invece, per gli altri due postulati darwiniani, che furono acremente combattuti da molte persone abili e dotte nei successivi 50-80 anni:   gradualità e selezione naturale.

E. Mayr: uno dei padri della teoria sintetica dell'evoluzione.

[Da un articolo del 1978 di Ernst Mayr (1904 – 2005)]

Lamarck, il primo a parlare di evoluzione, aveva basato la su teoria su quattro punti:
1) l'esistenza, negli organismi, di una spinta interna verso la perfezione;
2) la capacità di adattarsi all'ambiente;
3) il frequente verificarsi della generazione spontanea;
4) la trasmissione ereditataria dei caratteri acquisiti, cosa, quest'ultima, che Weismann, nella seconda metà dell'800, aveva sconfessato con un noto esperimento: per diverse generazioni, aveva tagliato la coda alle cavie senza che essa fosse mai presente, mozzata, nelle generazioni successive.

Nell'Origine delle Specie di Darwin ci sono quattro sottoteorie. Due di esse concordavano con il pensiero di Lamarck: 1) il mondo non è statico, ma in evoluzione. Le specie cambiano continuamente: se ne originano di nuove e altre si estinguono; 2) il processo evolutivo è di tipo graduale e continuo. I due altri concetti erano nuovi: uno concerneva la 3) discendenza comune. Per Lamarck, ogni vivente aveva avuto un inizio nella generazione spontanea ed era spinto continuamente verso la perfezione. Darwin sosteneva, invece, che gli organismi simili erano legati tra loro, discendendo da un antenato comune; qualsiasi organismo poteva essere fatto risalire a un'unica fonte di vita. L'altro punto riguardava 4) la selezione naturale.

Il  cambiamento evolutivo  non è il risultato di una spinta lamarckiana qualunque o un fatto casuale ma il risultato di una selezione che si svolge in due fasi: la prima produce variazioni: un'enorme quantità, di cui egli non conosceva la fonte e che potè essere capita solo dopo il sorgere della genetica. La seconda consiste nella selezione, che si attua attraverso la sopravvivenza nella lotta per l'esistenza. Nella maggior parte delle specie animali e vegetali, un insieme di genitori produce moltissimi discendenti. La lettura di Malthus aveva aveva reso edotto Darwin sul fatto che, di questi discendenti, solo pochissimi riuscivano a sopravvivere, quelli con la combinazione di caratteri più adatta per far fronte all'ambiente, ai competitori, ai nemici. Essi avrebbero la maggior probabilità di riprodursi e di avere altri discendenti; in tal modo le loro caratteristiche sarebbero state disponibili per il successivo ciclo selettivo.

Nel decennio 1930-40 venne proposta la nuova "teoria sintetica" che ampliava quella darwiniana alla luce della teoria cromosomica dell'eredità, della genetica di popolazione, del concetto biologico di specie e di molti altri concetti biologici e paleontologici. La nuova sintesi è caratterizzata dal completo rifiuto della trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti, da un'enfasi sulla gradualità dell'evoluzione, dalla realizzazione che i fenomeni evolutivi sono fenomeni di popolazione e dal riaffermare l'importanza preponderante del processo di selezione naturale. Quest'ultima si svolge in due fasi.

La prima consiste nella produzione (per ricombinazione, mutazione ed eventi casuali) della variabilità genetica, in massima parte casuale, nel senso che non è determinata dalle correnti necessità dell'organismo o dalla natura dell'ambiente che lo circonda, e non ha nessuna relazione con esse.
La seconda è un principio ordinatore estrinseco. In una popolazione di migliaia o di milioni di individui unici, alcuni avranno serie di geni meglio adattate all'assortimento di pressioni ecologiche che prevale di solito nell'ambiente. Questi individui avranno una probabilità di sopravvivere e di lasciare discendenti statisticamente superiore a quella di altri membri della stessa popolazione. Questa seconda fase determina la direzione secondo cui procede l'evoluzione, facendo aumentare l'idoneità riproduttiva, promuovendo la specializzazione e dando origine alla radiazione adattativa e a quello che può essere descritto in senso lato come progresso evolutivo.
In altre parole, l'evoluzione per selezione non è né un fenomeno casuale né un fenomeno deterministico, ma un processo a tandem, costituito da due fasi, che combina i vantaggi di entrambe.

La nostra specie è un prodotto dell'evoluzione; la linea evolutiva cui apparteniamo ha avuto origine milioni di anni fa da antenati simili a scimmie antropomorfe, con tappe cruciali più o meno nell'ultimo milione di anni e la selezione naturale deve essere stata responsabile di questo progresso. Gli eventi del passato che cosa permettono di predire circa il futuro dell'umanità? Dato che non esiste alcun elemento finalistico nell'evoluzione organica e non vi è trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti, la selezione è l'unico meccanismo che possa influenzare l'evoluzione biologica umana. Questa conclusione pone un dilemma.

L'eugenica, o selezione deliberata, sarebbe in conflitto con i più ambìti valori umani.  Anche senza obiezioni morali, l'informazione necessaria su cui basare una simile selezione non è ancora disponibile. Non sappiamo quasi nulla della componente genetica dei caratteri umani non fisici. Vi sono innumerevoli tipi e molto diversi fra loro, di esseri umani "buoni, utili o ben adattati". Anche se potessimo scegliere una serie di caratteristiche momentaneamente ideali, i cambiamenti generati nella società dai progressi tecnologici procedono così rapidamente che nessuno potrebbe predire quale particolare miscuglio di talenti condurrebbe in futuro a una società umana dotata della massima armonia. "L'umanità è ancora in evoluzione", diceva Dobzhansky, ma non sappiamo dove essa sia diretta biologicamente.

C'è comunque un altro tipo di evoluzione: quella culturale, un processo con il quale l'uomo in qualche misura si modella e si adatta al proprio ambiente. Essa è di gran lunga più rapida dell'evoluzione biologica. Una delle sue caratteristiche è la fondamentale (e stranamente lamarckiana) capacità degli esseri umani di evolvere culturalmente attraverso la trasmissione - di generazione in generazione - di informazioni apprese, ivi inclusi i valori morali (e immorali). Sicuramente in quest'area si possono compiere ancora grandi progressi.

Il tempo e lo spazio.

Dalla seconda metà dell'ottocento l'uomo scopre che l'universo, le stelle, la Terra e tutti gli esseri viventi si sono evoluti attraverso una lunga storia, non preordinata o programmata, ma in continuo, graduale cambiamento, modellato da processi naturali conformi alle leggi fisiche; per far questo, però, era necessario dilatare l'età della Terra dai 4004 anni calcolati dal vescovo Ussher, secondo la tradizione, ai 70.000 anni di Buffon, per arrivare ai milioni di anni ipotizzati da Kant.



In alto: idea evolutiva verticale di Lamarck, ovvero come, nel tempo si passi da individui più semplici a quelli più complessi.

Qui sopra: l'idea evolutiva orizzontale di Darwin. La selezione naturale fa coesistere, nello stesso ambiente, individui di specie diverse (anche se molto somiglianti); ciascuna, però, presenta un diverso adattamento alle risorse ambientali per esempio in termini di abitudini alimentari.

Filosofia e religione.

Coloro che respingevano la selezione naturale per motivi di ordine religioso o filosofico, o semplicemente perché sembrava loro un processo troppo casuale per spiegare l'evoluzione, continuarono per molti anni a proporre schemi alternativi, con nomi come ortogenesi, monogenesi, aristogenesi o "principio omega" (Teilhard de Chardin), ciascuno basato su qualche "tendenza o spinta interna verso la perfezione o il progresso". Tutte queste teorie erano finalistiche: postulavano qualche forma di teleologia cosmica, di finalità o di programma.
I sostenitori delle teorie teleologiche, malgrado i loro sforzi, non riuscirono a trovare meccanismi (eccetto quelli soprannaturali) che potessero spiegare il finalismo. La possibilità che un qualsiasi meccanismo del genere esista è stata esclusa in epoca recente dai dati della biologia molecolare. Come Jacques Monod sosteneva con particolare vigore, il materiale genetico è costante e può cambiare solo attraverso la mutazione.